Intervista a Emanuele Giammarco, Racconti Edizioni

Racconti edizioni, una casa editrice giovanissima, indipendente che sfida il mercato selezionando con cura i racconti sui quali investire. Si è ritagliata il giusto spazio fra gli scaffali delle librerie. Da pochi giorni è uscita la raccolta “Fantasie di stupro” di Margaret Atwood che ha seguito “Il vizio di smettere” di Michele Orti Manara. Emanuele Giammarco, editor, in questa intervista ci racconta il suo lavoro e ciò che si aspetta da Racconti edizioni.

D: Perchè hai scelto di investire nell’editoria, quando il settore è ormai in una crisi cronica da qualche anno?
R: Da un lato per la ragionevolezza, almeno ai miei occhi, del progetto Racconti. Dall’altro, personalmente, per la passione che ho per il testo e per le lettere. Entrambe le cose però forse traggono forza da un che di imperscrutabile. La fiducia che le cose belle si possano ancora fare, anche in un mondo in crisi economica (non ne ricordo altri), e l’idea che si possa condurre un’esistenza tranquilla attorno ai libri, dandole significato oltre il soddisfacimento dei bisogni economici.

D: Partecipate a molti festival, quanto possono aiutare gli editori a far conoscere i propri autori?
R: Ritengo che il vecchio paradigma per cui fra libro e lettore ci sia solo il mercato sia in crisi. Non so se sia destinato a morire ma so che non fa per me. Agli autori italiani che abbiamo pubblicato e che pubblicheremo diciamo sempre di prepararsi a girare; talvolta ci mettiamo i soldi del viaggio, talvolta riusciamo a risparmiare facendoci aiutare dagli organizzatori. Penso che questo tipo di impostazione sia imprescindibile per gli autori emergenti soprattutto se italiani, e forse anche per i meno emergenti. Se il pubblico si è allontanato, qualche modo per riavvicinarlo ci deve essere, e non credo che i social possano occupare questo ruolo così decisivo. I libri devono tornare a far parte dell’esperienza quotidiana delle persone, a far parlare di sé, a creare un discorso condiviso. In questo senso ogni occasione per farsi vedere, e per impostare un discorso fra il libro e le persone – anche da parte dello stesso autore che diventa critico di sé – può aiutare moltissimo i destini del libro in questione e del mercato dei libri in generale. Mi rallegra molto sapere che ci sono persone che investono denaro e tempo per permettere agli autori di presentarsi a un pubblico, per quanto piccolo sia. Sono convinto che quel seme piantato avrà più chance di germogliare.

D: Che tipo di rapporto cerchi di costruire con i tuoi autori affinchè non si perda il messaggio che la tua linea editoriale vuole far arrivare al lettore?
R: Come editor non mi ritengo depositario della linea editoriale, e tantomeno di alcun messaggio. Anzi, è più verosimile che il libro scelto possa dettarmi a posteriori un nuovo vettore per la linea editoriale che solo in astratto, un po’ alla cieca, avrei potuto delineare senza di esso. In questo senso una volta che il libro attira l’attenzione della redazione è mio dovere cercare di lasciare che il libro fiorisca nella direzione che sembra aver già preso da solo; seppure in modo incompleto, magari. Se finissi per instradare il libro verso una direzione innaturale riterrei il mio lavoro un totale fallimento. Tutto ciò potrà sembrare paradossale ma è decisivo: in realtà ritengo che neanche lo scrittore sia in pieno possesso dell’evoluzione del libro che scrive. E’ parte integrante del processo, certo, ma non l’unica in gioco, a meno che non si tratti di un libro molto brutto. In questo senso cerco di mostrare allo scrittore quali possibilità si dispiegano a partire dalla narrazione e dal linguaggio che lui stesso ha posto in essere. Ogni combinazione infatti limita e apre a determinate possibilità, e sta a questa dialettica fra lettore (editor) e scrittore determinare le scelte più adatte per il testo in questione. Questo lavoro non appartiene in realtà a nessuno, se preso singolarmente: non allo scrittore, non all’editor, non al lettore, non al catalogo nella sua interezza; ma un po’ a tutti questi elementi insieme. E ognuno di questi elementi trae beneficio e interesse dal continuo ripensamento e dalla problematizzazione di quelle cose che definiamo “linea editoriale” e “messaggio”, a partire da scelte concrete in seno al linguaggio.

D: Che cosa “ti dice” il genere del racconto per aver deciso di concentrare lì le tue scelte?
R: Il termine “racconto” si presta a molte più incomprensioni di quelle che si credono. Da una parte è diventata un’etichetta commerciale, distinta per esempio dal romanzo e dalla poesia, mentre dall’altro si riferisce a quella che io, più che “genere”, definirei una “forma” letteraria. Tra queste due visioni c’è un abisso, eppure credo che nell’operazione di Racconti siano raccolte entrambe le posizioni. Forse l’obbiettivo è quello di portare i nostri lettori a considerare la seconda sfera semantica a partire dalla prima, cioè da quel poco che ne sappiamo appena il pensiero si approssima alla parola in sé. In molti sono pronti a considerarlo un “genere” appunto perché hanno in mente determinati autori che hanno fatto della forma breve un limite talmente importante da definire la loro stessa opera per intero (Checov, Carver). Altri sono pronti a confessare il loro disgusto ancor prima di aver pensato bene a quali libri starebbero rinunciando denigrando il “genere” in sé. Invece tanto più leggo e ci rifletto, tanto più il racconto mi sembra solo una fra le infinite limitazioni che lo scrittore trova davanti quando decide di impugnare la penna per raccontare una storia. In questo senso potrei nominare molti libri che comunemente sono considerati romanzi ma che nella realtà dei fatti vivono attraverso un ripensamento della forma breve, e dell’idea di collage, per esempio, che è implicita in una raccolta.

D: Qual è stato il racconto che ti ha più colpito negli ultimi anni (non necessariamente da te pubblicato o tradotto in italiano)?
R: Vengo puntualmente colpito da racconti classici e contemporanei. Non ho letto tutto, quindi penso che andrà avanti così, per fortuna. C’è un racconto di una raccolta che vorrei pubblicare che mi ha particolarmente colpito quando l’ho letto circa un anno fa. Ho paura di nominarlo perché non vorrei che qualcuno lo pubblicasse prima di noi. Si tratta di un autore americano che non è propriamente americano, almeno nel nome. Il racconto è in sostanza il discorso che fa un caporeparto al nuovo impiegato appena assunto in ufficio. Poi vorrei nominare solo il titolo di uno dei dieci racconti della prossima raccolta “italiana”: Bocca d’Arno. C’è un ubriaco che cade nell’Arno e ci parla da là sotto.

D: C’è un autore, oggi, per cui faresti “carte false” per avere nel tuo catalogo? (Non necessariamente già edito in Italia)
R: Edna O’Brien?

D: Che cosa ti aspetti e ti auguri che accada nel settore editoriale nel prossimi anni?
R: Essendo sostanzialmente pessimista ciò che mi aspetto è esattamente l’opposto di quello che mi auguro; poi sotto sotto spero in una via di mezzo. Ci sono molte cose che dovrebbero cambiare, a mio avviso, anche se mi sento allo stesso tempo troppo nuovo al settore per poter dettare regole. Mi pare che la sovrapproduzione di libri sia un problema, troppa scelta equivale in fin dei conti a poca scelta. E mi pare che il settore debba almeno in parte liberarsi di un sistema di debito che lo costringe a sovrapprodurre. Già queste due cose per avverarsi necessiterebbero di scelte forti, o di saggi di duecento pagine per convincere chi di dovere. Mi aspetto e mi auguro che il settore indipendente continui a investire energie per sopravvivere, facendo un po’ di partiggianeria. Mentre in un cambio di passo nelle alte sfere credo molto poco. Magari uscirà un altro Cinquanta sfumature di grigio che salverà capra e cavoli, ma poi?

D: C’è un format che vorresti fosse importato in Italia, per promuovere i libri, che magari funziona all’estero?
R: Mi dispiace ma mi dichiaro ignorante in materia. Sento qua e là ogni tanto di nuovi modi per vendere i libri ma non mi pare di essere stato colpito da alcuno di essi. Sogno una rivoluzione alla Waterstone’s dove in libreria venga dato maggior spazio alle indipendenti, magari uno spazio dedicato, giusto per mostrare la differenza e lasciare che il pubblico possa decidere con più coscienza. Per il resto mi pare che il mercato dei libri soffra un po’ le innovazioni che tentano di aggirare un semplice dato di fatto: che per leggerli c’è bisogno di tempo, di riflessione, e di confronto serio vis-à-vis per far sì che diventino parte integrante della nostra vita.

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Lezioni portoghesi per book lovers, librai e osti!

Dopo il libro di Alessio Romano su Lisbona, il momento mi pare propizio per parlarvi delle mie “lezioni portoghesi”. Il Portogallo, lo avrete capito, è uno dei miei paesi d’elezione e ho pensato di organizzare alcune lezioni per raccontarvi come mai questo paese mi ha rapito il cuor. Cioè? Entreremo insieme nel mondo di Fernando Pessoa, dei suoi eteronimi, di José Saramago, ma anche di José Luis Peixoto e di Lidia Jorge. Le lezioni portoghesi, non hanno la pretesa di essere un corso accademico di letteratura portoghese, ma un modo accattivante di leggere le grandi voci del Portogallo e di scoprire gli autori contemporanei di lingua portoghese.
Infatti, oltre a raccontarvi i “mostri sacri” di questo paese, mi piacerebbe accompagnarvi in uno spaccato portoghese molto suggestivo: avete mai letto José Eduardo Agualusa (Angola) oppure Nélida Cuiñas Piñon (Brasile) o ancora Luiz Ruffato (Brasile)? Viaggeremo in giro per il mondo, quel giro che i portoghesi fecero prima di tutti gli altri, quando ci fu la corsa alle colonie e fu per il Portogallo l’epoca d’Oro. Letture ad alta voce, racconti, aneddoti: viaggeremo fra Praça do Comercio, l’Alfama, il Bairro Alto, ci spingeremo fino a Belem per salpare sul Padrão dos Descobrimentos e arrivare oltreoceano.
Ci sono scrittori che hanno trovato nel Portogallo il loro scenario ideale e vi racconterò anche di loro. Vi parlerò dei posti gourmand dove fermarsi, di quante versioni di bacalhau ci sono e come sia pressochè impossibile da replicare e dei bolo de coco della Confeitaria Nacional. Guarderemo dai 2000 m di Torre, l’unica montagna del Portogallo, tutta la distesa che si apre di fronte a noi e faremo tappa nelle cantine che producono il delizioso Porto. Insieme a noi ci saranno i romanzi di Antonio Tabucchi, Monica Ali, Alessio Romano. Vi parlerò di come spesso una città riesca a suggestionarci così tanto da farci venire in mente scorci a noi famigliari: per me Torino, Trieste e Genova su tutte. Infine, osserveremo Lisbona attraverso gli occhi di registi come Win Wenders che l’hanno resa immortale, e poi ci sarà posto per quel fado che non esiste, così fortemente evocato dai fadisti, da grandi voci che hanno segnato l’immaginario comune.

Le lezioni portoghesi sono aperte a lettori appassionati, a coloro che conoscono il Portogallo, ma anche a lettori distratti e che del Portogallo hanno solo sentito parlare; il mio proposito è che nessuno si senta escluso, che ci sia curiosità e voglia di scoprire un paese attraverso le storie che l’hanno magnificamente raccontato.

La proposta è indirizzata a chiunque abbia lo spazio per poterci ospitare. Librerie, gruppi di lettura, biblioteche, circoli, vinerie, enoteche, agriturismi, b&b, chambres d’hôtes et Gîtes e così via. Motivo? Ora vi spiego come sono suddivise le lezioni portoghesi.

1° possibilità: attivare quattro moduli, che comprendono Lisbona, Portogallo contemporaneo, voci lusofone e il cinema.
2° possibilità: attivare sei moduli, che comprendono Lisbona, Portogallo contemporaneo, Brasile, Angola e Mozambico, voci lusofone, cinema e musica.
3° possibilità: viaggio gourmand. Se sei un agriturismo, b&b, chambres d’hôtes et Gîtes, una vineria e/o enoteca, possiamo organizzare una due giorni, in cui oltre alle lezioni che comprendono Lisbona e Portogallo contemporaneo, voci lusofone e il cinema, si potrà condividere una cena e una colazione a base di specialità portoghesi.
4° possibilità: 3 serate degustazione. Se sei un agriturismo, b&b, chambres d’hôtes et Gîtes, una vineria e/o enoteca, possiamo organizzare tre moduli con la degustazione di vini&spirits portoghesi, scegliendo fra le migliori etichette di vini naturali.

Se siete interessati a organizzare le lezioni portoghesi, e conoscere i relativi costi, potete scrivermi al seguente indirizzo mail: zoppi.p[chiocciola]gmail.com (resto a disposizione per ulteriori informazioni su contenuti e costi).

Chi sono?
Da quando avevo 18 anni ho organizzato e preso parte a reading di romanzi, racconti e tantissime poesie. Ho collaborato con istituzioni culturali italiane e straniere. Ho viaggiato in numerose città italiane per portare nei teatri e negli istituti storici, con la reading “Le donne di Ravensbruck”. Da sempre divoro libri, ho una grande passione per il Portogallo, tanto da aver realizzato una mostra fotografica itinerante dal titolo “Viagem a Lisboa“. Non solo. Siccome senza libri non so stare, ho creato e diretto il festival culturale “LibrInTerra”, prima e “Una valanga di libri” a Courmayeur, ora. Mi piace scrivere di libri, di vino, di cibo e di viaggi e lo faccio qui, sul mio blog “Due passi gourmet” e mi trovi anche su MilanoNera e sulla rivista Leggere:Tutti.

D’amore e baccalà di Alessio Romano

D'amore e baccala_Alessio Romano

Chiunque sia stato a Lisbona, almeno una volta nella vita, sa che il viaggio potrebbe essere tutta un’allucinazione. Sa che dietro ogni strada in salita, non c’è necessariamente una discesa. Che dietro le colonne di Praça do Comercio si nasconde il Tago, così aperto da sembrare un mare. Alessio Romano racconta una Lisbona alla portata di tutti, una Lisbona che instilla maledettamente la voglia di tornare. Romano ha compreso fino in fondo il significato autentico di “saudade”, quella nostalgia, quella malinconia di Lisbona che si innesca semplicemente evocandola. Quando arriva in città, Romano, sceglie il Castelo de Sao Jorge come punto di partenza per esplorare la città. E un viaggio sull’electrico n. 28, per dare una prima occhiata. Da una brusca caduta dal tram, inizia il vero viaggio. In realtà, quello di Alessio Romano è tutto un sogno. Oppure no. La scoperta della città avviene inseguendo il sogno con sembianze di donna. Evanescente, che si nega e poi vuole farsi acciuffare. Un po’ come la città. Nei suoi stretti vicoli l’alter ego dello scrittore incontra via via le voci più imponenti di Lisbona dagli insuperabili Fernando Pessoa e i suoi eteronimi, Jose Saramago e l’intensità di Antonio Tabucchi, tramite il quale si materializzerà il leggerissimo Pereira. Allucinazioni, verità tangibili, sogni, chi può dire cosa sia reale e cosa no? Il racconto della città si imbatte, poi, nella vera anima di Lisbona: Amalia Rodriguez. Come lo capisco Alessio Romano, nell’ora del giorno in cui le strade sono deserte, da qualche finestra, emerge la voce femminile di Amalia, così sussurrata e forte allo stesso tempo che ti chiedi se sia reale oppure esista solo nella tua testa. “Cos’è il fado? Il fado non esiste, esistono solo i fadisti” gli dicono durante il viaggio e forse è proprio così. Non può che essere una Lisbona che conosco quella di Alessio Romano, che transita per Belem, a caccia di pasteis de nata, per Bairro Alto, sull’Elevador de Santa Justa o per i suoi miradouros e poi all’Alfama. Mi è sembrato di scorgere vecchi carruggi genovesi, un po’ in ombra, con le finestre socchiuse dalle quali esce solo un profumo di cucina e qualche nota di una canzone. Un pianoforte al terzo piano per Pessoa. La vista che si gode da qui è da togliere il fiato, un susseguirsi di tetti disordinati che guardano al fiume. Ha ragione Alessio Romano a ricordarsi di Trieste quando arriva in Praça do Comercio, quella piazza che finisce per confinare con l’acqua. Lisbona può essere un’allucinazione, hai l’impressione di poter incontrare davvero, prima o poi, seduti al tavoli della Brasileira, Fernando Pessoa e i suoi amici. Lisbona è un’illusione che potrebbe tradire chiunque. È l’incontro con uno sconosciuto, uno di quelli che ti esorta a uscire dal tuo guscio, a sederti in una taverna e bere un goccio di ginjinha, a cantare a squarciagola canzoni mai sentite, a fermarti ad ammirare un punto lontano, a godere dei profumi del baccalà, che non si possono replicare. Per me quello sconosciuto è stato Alessio Romano.

L’autore sarà ospite del Circolo dei Lettori di Torino, martedì 17 aprile, alle 18:30 e converserà con Luca Iaccarino, curatore della collana “Allacarta”.

D’amore e baccalà di Alessio Romano, Edt. La recensione è a cura di Paola Zoppi. Si ringrazia Edt per la collaborazione.